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Riabilitazione in strutture residenziali per minori… Queste sconosciute…

Riabilitazione in strutture residenziali per minori… Queste sconosciute…

Ai nostri lettori del blog oggi voglio raccontare come “curiamo” i ragazzi ospiti delle nostre comunità riabilitative psicosociali per minori, per aiutare chi, magari legge ma non è del settore e vuole capire meglio cosa accade in una comunità.

Il termine cura viene di prassi associato a malattia ma in questo caso la “cura” è intesa anche secondo una definizione che ho trovato interessante : “interessamento solerte e premuroso che impegna sia il nostro animo sia la nostra attività. Occuparsi attivamente per qualcuno, provvedere alle sue necessità …” questo occuparsi attivamente è il quotidiano lavoro di chi opera nelle comunità, ma quali interventi riabilitativi vengono messi in atto, cosa accade in una comunità terapeutica/riabilitativa?

Partiamo dallo sfatare alcuni miti:

“Le comunità sono per i tossici”

Non è vero in quanto la tossicodipendenza e l’uso di sostanze sono sintomi di un disagio psichico che va trattato diversamente da quanto si credeva anni fa.

“Nelle comunità i ragazzi vengono maltrattati”

Non è vero, la comunità è un luogo di cura, in cui operano professionisti della riabilitazione, è sottoposta ad una normativa di riferimento e a verifiche. Qualsiasi generalizzazione partendo da episodi di cronaca diventa solo confusiva e dannosa per chi lavora in modo corretto.

 “Portano via i bambini e li mettono nelle comunità… Basterebbe dare i soldi alle famiglie”

Non è vero, chi è inserito in comunità riabilitativa riceve aiuti specifici e tecnicamente complessi che non potrebbe ricevere a casa (luogo spesso di provenienza) in cui già sono stati tentati interventi educativi territoriali risultati inefficaci.

“Chi entra in comunità non vede più la famiglia”

Non è vero, sin dai primi giorni è possibile in accordo con i servizi sociali organizzare visite, uscite e gradatamente rientri a casa, vacanze….

… Potremmo andare avanti all’infinito con altre fantasie presenti sui social e non solo, ma con il tempo avrò la possibilità di sfatare altre leggende metropolitane e ridurre miti e pregiudizi.

Per prima cosa oggi proverò a chiarire qualcosa e ad aiutare a comprendere cosa è una comunità, chi è ospitato non è “un matto”, non è “un giovane assassino”, o un “handicappato”,  queste sono categorizzazioni che usa un po’il mondo, per proteggersi e sentirsi al sicuro da quel qualcosa di misterioso che è il disagio, la sofferenza mentale, emotiva.

Nella realtà è una casa, che ospita 10 ragazzi e/o ragazze dai 11 ai 18 anni, con problematiche di vario tipo, nella quale si va a scuola, si rispettano orari e regole e si vive una condivisione ed una scansione della giornata normale.

E’ un luogo sicuro, un risveglio sereno tutte le mattine, qualcuno di attento con cui parlare, i farmaci se previsti, dati nel modo corretto, e poi ci sono parole che curano, nuove abitudini, cose piccole, cose ovvie, lavarsi i denti, le lenzuola pulite, la colazione ad una certa ora, un sorriso, i vestiti stirati…..

Ci sono camere singole, oppure con due letti, ci sono bagni, c’è la tv, la Play Station.

Si esce con gli educatori, si va in piscina, si va al maneggio, si va nei centri commerciali, si va a passeggio, si fanno le commissioni per la vita della casa… è una casa a tutti gli effetti.

Per chi si occupa di riabilitazione residenziale sa che stiamo parlando anche  di un processo regressivo in cui l’individuo, il paziente, riceve un accudimento, un maternage e un ambiente “sufficientemente buono” (Winnicot) un processo regressivo che permette di leggere e di intervenire sul comportamento, sui i sintomi, su più livelli di lettura; da una visione comportamentale, in cui al comportamento corretto corrisponda un premio e viceversa un conseguenza negativa,  ad un approccio cognitivo sui pensieri che condizionano il comportamento stesso, una lettura sistemica che tenga conto di quali interferenze con l’ambiente/famiglia sono presenti e quali significati assuma il sintomo nel contesto di appartenenza fino ad  una lettura psicodinamica che faccia emergere contenuti inconsci e conflitti irrisolti, che decodifichi stili di relazione e che permetta di accogliere l’intrapsichico dell’altro  in uno spazio collettivo.

Questi interventi, che si traducono in gesti quotidiani, in un “pendersi cura” a 360 gradi dell’altro assumono  senza che neanche l’educatore e ne l’ospite ne siano appieno consapevoli, significati terapeutici e portano cambiamenti nell’altro e generano nuovi equilibri.

Alcuni interventi molto tecnici sono di competenza degli psicologi, degli psicoterapeuti, dello psichiatra, e molto del lavoro terapeutico è fatto in équipe e in collaborazione con le figure cliniche del territorio di provenienza del ragazzo, coinvolgendo anche le famiglie in un processo di cura e cambiamento.

I ragazzi a fine percorso tornano quasi sempre a casa, proseguono gli studi magari iniziati in comunità, diventano grandi, prendono la patente, qualche volta ci vengono a trovare, o li trovo su Facebook e ci scriviamo, ogni tanto ci telefona qualcuno dopo anni, cosi per salutare, per sapere come va in comunità.

Le relazioni restano perché solo relazioni autentiche possono curare in modo autentico.

Spero che aver letto questo articolo vi abbia aiutato a comprendere che cosa è una comunità riabilitativa, e spero sia servito a sfatare qualche mito e ad aver interessato qualcuno che mi auguro potrà trovare nel nostro blog approfondimenti interessanti su questi argomenti e non solo…

Riabilitazione in strutture residenziali per minori… Queste sconosciute… ultima modifica: 2017-03-27T10:00:21+00:00 da Cristina Cazzola

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