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Il mito di Pandora: il ritorno della speranza Il mito di Pandora: il ritorno della speranza ultima modifica: 2017-04-13T10:54:37+00:00 da Claudia Nalin Correlati

Il mito di Pandora: il ritorno della speranza

La speranza è come una strada nei campi:

non c’è mai stata una strada,

ma quando molte persone vi camminano, la strada prende forma.

(Yutang Lin)

Tutto ebbe inizio quando il titano Prometeo (il cui nome significa “colui che è capace di prevedere”) creò gli uomini: a quei tempi, venivano considerati creature semi-divine e sedevano con gli dei.

Durante un banchetto, Prometeo ingannò Zeus e, per punizione, quest’ultimo decise di privare gli uomini del fuoco. Il titano, ritenendo la punizione eccessivamente severa, rubò il fuoco e lo riportò agli uomini. L’ira di Zeus, scoperto il tradimento, fu funesta e decise di punire duramente Prometeo e gli uomini.

Prometeo venne incatenato a una roccia e, ogni giorno, un’aquila gli rodeva il fegato con il suo becco mentre durante la notte si rigenerava magicamente, condannandolo a un supplizio senza fine.

Per punire gli uomini, senza però voler apparire come un dio crudele, decise di portare sciagura e disgrazia in modo machiavellico: commissionò a Efeso – dio del fuoco, della tecnologia, dell’ingegneria, della metallurgia e della scultura – di creare un esemplare femminile di rara bellezza, dotata e aggraziata in modo eccezionale. Con Efeso collaborarono altre divinità, ognuna donando qualcosa alla ragazza, che venne chiamata Pandora (“colei che ha tutti i doni”).

La fanciulla venne donata a Epimeteo (“colui che si accorge in ritardo”), fratello di Prometeo. Il titano, ignorando le raccomandazioni del fratello di non accettare doni da Zeus, si innamorò della ragazza e decise di sposarla. Oltre alla ragazza, Zeus donò anche un vaso misterioso e si raccomandò di non aprirlo mai e di non guardare mai al suo interno.

Epimeteo lo nascose e se ne dimenticò. Pandora no e la sua curiosità crebbe a tal punto che un giorno non riuscì più a resistere e aprì il vaso…  La fatica, la malattia, l’odio, la vecchiaia, la pazzia, l’invidia, la passione, la violenza e la morte uscirono e si diffusero tra gli uomini, rendendoli esseri terreni.

Ma per ultima uscì anche la speranza che migliorò la situazione e permise agli uomini di credere nel presente e nel futuro.

In questi anni di lavoro nelle Comunità Pandora mi sono spesso interrogata sul perché fosse stato scelto proprio quel mito, proprio quel nome, così evocativo di un evento nefasto e legato a un oggetto che sarebbe stato meglio non aprire. Solo con il tempo sono riuscita a cogliere la bellezza di questo nome, accettandone i lati positivi e i lati negativi che porta con sé.

Negli anni ho assistito a molti inserimenti di minori nelle strutture Pandora. La notizia dell’imminente arrivo di un nuovo utente suscitava in me curiosità ma anche timore e interrogativi. Le iniziali notizie rispetto al suo background aprivano in me ipotesi rispetto a quello che sarebbe stato il suo funzionamento e gli eventuali aspetti problematici. Poi l’inserimento diventava effettivo e di fronte a me si presentavano due nuovi occhi, talvolta spersi, talvolta arrabbiati, una nuova voce, delle nuove abitudini: una persona nuova e assolutamente diversa da ognuno degli altri, con peculiarità proprie e imprescindibili. Ogni giorno di più, grazie al paziente e costante lavoro di equipè, era possibile entrare sempre più in contatto con quella nuova persona. Ogni giorno di più, il vaso di Pandora che quella persona portava con sé, veniva scoperchiato, fino ad aprirlo del tutto e dando la possibilità di fare uscire tutto ciò che c’era dentro. Negli anni, dai vasi di Pandora di ognuno dei ragazzi sono uscite la rabbia, la tristezza, la frustrazione, il disagio, la malattia, la violenza, l’angoscia, la paura, l’orrore; tutti frutti delle loro storie di vita e delle loro esperienze multi traumatiche. Ciò che però non usciva mai dal loro vaso era la speranza per il presente e per il futuro. Quella, per un motivo o per l’altro, era talmente annientata o talmente flebile, da rendersi necessario un intervento di vera e propria riattivazione. Un intervento costante, paziente, una goccia alla volta, un intervento fatto di continue dimostrazioni di potersi fidare di noi e di potersi affidare a noi, di continue conferme rispetto al presente e di rassicurazioni sul futuro, di continuo contenimento emotivo del timore, della rabbia e dell’angoscia. Un intervento mirato alla possibilità di poter riattivare la consapevolezza di avere intorno delle persone motivate ad aiutare e sostenere, motivate a investire sul presente e sul futuro di quella persona, motivate a trasmettere speranza per l’avverarsi di qualcosa di importante; persone capaci di sperare al posto loro e di trasmettere la speranza, a poco a poco, consentendo alla persona stessa di reinvestire sul proprio presente e sul proprio futuro.

Tutto questo permette di poter riattivare la speranza, risorsa fondamentale per ognuno di noi. Una speranza in cui davvero credere, su cui davvero puntare, che rende possibile sopravvivere.

È solo a partire dagli anni ’50 che il costrutto di speranza ha iniziato a essere indagato in ambito psicologico, guadagnando un posto di rilievo come variabile basilare nei processi di recupero e ripresa, sia come fattore di avviamento che come fattore di mantenimento di un circolo positivo di cambiamento (Bonney & Stikley, 2008). Di fatto, non sussiste un accordo rispetto a un’unica definizione condivisa di tale costrutto. Ciò che però è possibile constatare è che la speranza è un fattore protettivo per la persona che si trova a dover affrontare avversità di vario genere e intensità. Roberta Casadio evidenzia come tuttavia sia ancora scarsa la letteratura che possa fare luce con maggior chiarezza sui meccanismi di funzionamento della speranza nei processi di recovery.

Tornando all’esperienza nelle comunità Pandora, credo possa essere utile parafrasare parte della vasta teorizzazione di un autore a me molto caro: Wilfred Bion e la sua teoria del contenimento, del pensiero e della conoscenza. Senza andare troppo nello specifico e ricollegandomi al lavoro in comunità, cercherò di illustrarvela. La teoria del contenimento è una teoria generale delle relazioni umane e si basa sul contatto emotivo, primariamente quello tra madre e figlio. La madre si pone come contenitore degli stati emotivi positivi e negativi del figlio, essendo incapace di poterli gestire da solo. Li accoglie in lei, bonificandoli degli aspetti terrifici e glieli restituisce dotati di senso, pensabili e assimilabili. In questo modo si crea la possibilità per il figlio di esperire una mente altra, di imparare a pensare, sviluppando una propria mente e una propria conoscenza.

Proprio questo avviene nel lavoro con i minori in comunità: un vero e proprio contenimento di questi stati affettivi negativi che furiosamente escono dal ragazzo, incapace di trattenerli e rimanendo sorpreso e spiazzato esso stesso. L’operatore viene investito da una serie di modalità emotive e comportamentali che deve essere capace di accogliere e tollerare, senza farsi spaventare, riuscendo a porsi in una posizione di soggetto pensante e riuscendo a sintonizzarsi con il ragazzo, interpretando ciò che sta avvenendo e infine riuscendo a restituirgli dei contenuti dotati di significato. Questa restituzione di significato e di contestualizzazione dà la possibilità al ragazzo di soffermarsi a pensare, sempre di più, imparando a tollerare sempre di più stati emotivi negativi, prendendo contatto con la distruttività di ciò che furiosamente era fuoriuscito dal suo vaso di Pandora. Ora, il ragazzo, quegli elementi che erano così tanto tossici da essere espulsi, riesce a contenerli a sua volta; a tollerarli; a riflettere, evitando di agirli.

La comunità Pandora funge da contenitore emotivo, da luogo sicuro, in cui i ragazzi imparano ad aprire il proprio Vaso di Pandora e a gestire quello che hanno dentro; imparano che le persone intorno a loro sono lì per aiutarli e supportarli per il loro periodo di permanenza in comunità, lavorando sul presente e puntando verso il futuro. I ragazzi imparano ad avere di nuovo speranza; ma fino a quando ciò non avviene, siamo noi che fungiamo da portatori di speranza.

Il mito di Pandora: il ritorno della speranza ultima modifica: 2017-04-13T10:54:37+00:00 da Claudia Nalin

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