La mia vita da Luigino

La mia vita da Luigino

Quando, come ricorderete, ho proposto a Francesco la possibilità di poter scrivere ancora racconti della sua vita in collegio egli ha accettato con piacere l’invito, dandoci la possibilità di definire quel periodo in maniera più approfondita.
Ci siamo incontrati in un bar nel centro di Torino, la giornata molto piacevole e la primavera alle porte regalava una cornice magica alla città.
Il signor Francesco entra nel bar con aria spensierata, nulla sul suo volto ricorda le difficoltà del passato. Francesco è un uomo oltre i sessant’anni, distinto, capelli grigi e ben curati, due occhi azzurri che rassicurano su un viso che lascia trapelare la sua bontà d’animo.
Si siede, saluta e guardandomi sorridendo esclama: “Deo Gratias”, locuzione latina che significa: “grazie a Dio”. Mi spiega che questo era il saluto che i Luigini dovevano rivolgere agli ecclesiastici e dopo un reciproco sorridere l’atmosfera si alleggerisce e iniziamo l’intervista.

D – Signor Francesco, vuole raccontarci cosa si ricorda dell’edificio ecclesiastico?

R – L’edificio dove alloggiava la famiglia dei Luigini, così eravamo nominati, era posto su tre piani. Nel piano terra vi erano le sale del refettorio e le sale giochi, al primo piano le aule delle varie s’e la palestra, al secondo piano il dormitorio con i bagni.

D – Com’era la giornata del Luigino?

R – Il mattino alle sette, passava un chierichetto (un giovane che aspirava a diventare prete) a darci la sveglia. Al risveglio si pregava e ci si lavava, ci si vestiva e subito dopo si andava in corridoio per disporci in varie file. Dovevamo allungare le braccia per distanziarci dal bambino davanti a noi, poi in silenzio ci si avviava verso refettorio per fare  colazione.

Prima di poter mangiare dovevamo stare con i pugni sul tavolo e le braccia strette al corpo, in silenzio. Dopo esser stati serviti, sempre composti, potevamo consumare la colazione per poi andare in chiesa a pregare.

La Santa Messa era recitata in latino. Alle 8:45 iniziavano le lezioni dove Suor Giuseppina con tanta pazienza ci insegnava tutte le materie, ovviamente era l’unica insegnante.

A volte in aula capitava che guardavo verso i finestroni immaginando la mia famiglia, pensavo i miei fratelli e alle mie sorelle e speravo che, anche loro quella mattina, avessero fatto un’abbondante colazione e pensato molto alla mia mamma e speravo che anche lei stesse bene.

Le aule erano pulitissime, in ordine e dall’aria asettica, mi sembrava quasi che le suore volessero portare quell’immensa pulizia dentro le nostre teste, nel nostro modo di essere.
Alle dodici finivano le lezioni, quindi eravamo di nuovo disposti in fila e accompagnati ai bagni per lavarsi le mani e per raggiungere le sale del refettorio. Io ero addetto alle caraffe: dopo aver sistemato le caraffe sui tavoli, tutti seduti si pregava ed in silenzio venivamo serviti. A volte avevo voglia di poter urlare per spezzare quel silenzio assordante. Sì, ha capito bene, quel silenzio era proprio assordante.

Una volta per pranzo servirono la polenta. Provai a mangiarla, ma come ne misi in bocca un po’ ebbi un conato; strano, a casa mia non avevo l’opportunità di mangiare spesso, ed ero un bambino con pochissime pretese alimentari.
Chiesi alla suora di poter lasciare nel mio piatto la polenta, purtroppo non riuscivo a mangiarla. Mi riproposero quella polenta per altri giorni a seguire, quindi, infine, presi coraggio e la mangiai.

D – Il suo piatto preferito in Istituto?

R – Il mio piatto preferito era il purè con il tonno.

D – Dopo il pranzo cosa si faceva?

R – Dopo pranzo ci si andava a lavare le mani per poi andare verso il dormitorio per la pennichella sino alle sedici circa, dopodiché si andava giù in cortile dove c’erano alcuni volontari che ci intrattenevano con giochi, attività sportive o cantando canzoncine.

D – Diciamo che lavarsi e pregare occupava gran parte della giornata…

R – Sì, in effetti tutto era lindo e tutto ricordava che eravamo ospiti di un Istituto cattolico.

D – E come proseguiva la giornata?

R – Alle diciotto c’era riunione in sala, dove una suora ci spiegava una parabola del Vangelo, in seguito veniva servita la cena e dopo mangiato si andava in palestra a fare un po’ di movimento alla pertica, agli anelli, ecc…
Alle 21:30 andavamo a lavarci e poi a letto, prima di dormire ovviamente si pregava.
I puniti del giorno, dopo aver messo il pigiama, dovevano stare in ginocchio davanti al lettino fino a che non passava il chierichetto a dare l’ordine di poter andare a dormire.

D – C’erano giorni diversi o erano sempre così schematici?

R – Sì, il giovedì era il giorno della passeggiata. Ci portavano a Villa Genero, sulle colline torinesi, e alcune volte al Parco della Pellerina dove finalmente eravamo liberi di poterci sporcare, correre e giocare senza pensieri.
La domenica era il giorno della visita dei parenti e io in un anno avrò ricevuto un paio di visite dai miei fratelli, mia mamma non era mai potuta venire.
Le domeniche, ovviamente, con il vestito delle feste.
Quando vi era un parente in visita chiamavano il Luigino per cognome e poi dicevano: “alla porta!”. Il mio cognome, in quell’anno ho sperato di sentirlo chiamare tutte le domeniche, ma così non fu.

D – Cosa pensa di quell’anno in collegio?

R – Io credo che quell’anno di collegio, per quanto ad un bambino di oggi possa sembrare duro, mi ha insegnato molte cose e mi ha dato l’opportunità di poter studiare e anche se solo fino alla terza media. Io ne vado comunque orgoglioso.

Ho chiesto al signor Francesco se per il prossimo incontro sarebbe stato possibile parlare di Torino negli anni ’50 e di come l’ha vissuta. Quali analogie con i nostri giorni e quali sostanziali differenze. Il nostro Luigino si è reso disponibile, quindi l’ho congedato con il classico saluto ecclesiastico “Deo Gratias”, abbiamo riso insieme, e lasciandomi quel bar alle spalle, percorrendo via Po pensavo già al prossimo incontro.

La mia vita da Luigino ultima modifica: 2017-04-02T07:00:38+00:00 da Cinzia Macaluso
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