L’intervento pedagogico con gli adolescenti in comunità

L’intervento pedagogico con gli adolescenti in comunità

Per inaugurare questo spazio di riflessione, ho pensato fosse interessante presentare la metodologia da me utilizzata nel lavoro pedagogico che ho svolto all’interno delle comunità riabilitative per adolescenti.

Innanzitutto bisogna tenere ben presente che ci stiamo relazionando con ragazzi che sono stati sradicati dal loro contesto originario per intraprendere un percorso di cura da svariate patologie e disturbi, con l’obiettivo ultimo di ricostruire la propria identità e giungere a un benessere e, se possibile, a un’autonomia.

Pur nella singolarità di ogni situazione, ci si trova di fronte sempre ad adolescenti che ci portano le loro crisi e la loro grande sofferenza, spesso presentate attraverso modalità oppositive e fughe. Crisi che, teniamolo bene a mente, costituiscono una rottura di un precedente equilibrio e la conseguente necessità di trasformare i propri schemi comportamentali in qualcosa di più adeguato all’attuale contesto; rappresentano pertanto dei momenti da cogliere e di cui “approfittare” per volgere tale cambiamento nella direzione di una crescita anziché di un decadimento. Queste crisi, in qualsiasi modo esse si esprimano, ci raccontano l’ambivalenza emotiva che il ragazzo vive: il desiderio di cambiare da una parte e la nostalgia della vita passata dall’altra, il tutto accompagnato da incertezza e sfiducia nei confronti del reale e dei soggetti educativi in esso coinvolti.

Come comportarsi in queste situazioni così difficili da affrontare, che colpiscono direttamente l’emotività dell’educatore, producono frustrazione per il mancato rispetto delle norme e talvolta senso di inadeguatezza del proprio ruolo? La mia opinione è che il corpo educativo debba rispondere con rimandi che sostengano la parte sana del ragazzo e cogliere l’occasione per approfondire le motivazioni emotive che sottostanno a tali agiti. Ecco, la crisi è un’occasione; va vissuta come un’opportunità per l’educatore di aiutare il ragazzo a percepire la realtà e accettarla. Può capitare ovunque, in ufficio così come in sala tv o in giardino, e l’educatore deve saper adattarsi al luogo in cui l’adolescente decide di aprirsi a lui e presentargli la propria parte sofferente di cui prendersi cura. L’intervento pedagogico diventa quindi momento terapeutico molto delicato, in cui costruire innanzitutto la fiducia verso l’adulto.

La tolleranza alla distruzione è senza alcun dubbio un punto focale degli interventi educativi nei momenti di crisi: spesso l’adolescente in comunità si ritrova a distruggere fisicamente gli oggetti che lo circondano, ma gli adulti di riferimento devono trasmettergli fermezza e rimandargli che non possono “essere rotti” come gli oggetti. Questo genere di intervento è a mio avviso molto efficace per la gestione e il contenimento delle angosce di morte che i nostri ragazzi portano con sé. Talvolta la distruzione è rivolta a se stessi anziché agli oggetti circostanti. Ricordo ancora quando ho dovuto gestire un atto di autolesionismo ad opera di un mio ragazzo di riferimento. Si era causato numerosi tagli alle braccia con un temperamatite, motivando apparentemente il gesto come causato da una richiesta molto banale che avevo rivolto poco prima alla madre; successivamente, anche grazie al colloquio intrapreso con lui, era arrivato a verbalizzarmi che procurarsi i tagli gli permetteva di sentirsi arrabbiato e meno sofferente.

Spesso il colloquio individuale nasce nei frangenti più inaspettati, ad esempio prima di andare a dormire quando emergono tutte le angosce, e porta alla luce lacrime e paure che l’educatore deve portare in superficie con estrema delicatezza e al momento giusto, sempre accompagnato da un pensiero. La parola pedagogica è un po’ come quell’occhiale che ci permette di vedere e di curare la realtà quando siamo affetti da un disturbo visivo. Essa si concretizza nella proposta di oggetti buoni, da affiancare lentamente a quella parte malata e sofferente con cui di solito i nostri ragazzi si identificano. A tal fine, la coerenza delle azioni e la sua continuità con il pensiero rappresentano punti imprescindibili, senza i quali non sarebbe ipotizzabile la costruzione della fiducia verso le figure adulte. Nulla deve sfuggire ed essere considerato poco importante: ogni azione e parola va “studiata” e ripensata, mostrando quanto egli sia importante per noi. Ricordiamoci che per questi ragazzi l’adulto non è in grado di crescerli e occuparsi di loro adeguatamente, ma è solo causa di sofferenza e sfiducia.Un altro elemento da prendere in considerazione è il rispetto dei tempi: noi adulti viviamo il tempo in maniera differente rispetto all’adolescente e diversamente lo percepiamo. Inoltre va aggiunta un’ulteriore riflessione su ciò che comporta essere dipendenti (qualsivoglia sia la dipendenza del ragazzo, da sostanze stupefacenti, da videogiochi ecc.), elemento spesso caratterizzante l’adolescente in comunità. La dipendenza, infatti, implica un consumo immediato dell’oggetto, così da creare piacere istantaneo, ed è pertanto connesso all’assenza di tempo. È quindi importante svolgere insieme un lavoro di costruzione del tempo in cui sviluppare il desiderio, inteso come atteggiamento di attesa e di ricerca della propria strada, attraversando faticosamente la perdita dei riferimenti abituali sino a poter percepire la mancanza di ciò che è per lui necessario e degli strumenti utili a tale conquista.

 

Grande aggressività può scaturire da questa ardua ricerca di sé; io credo che essa non vada rifiutata, bensì accolta e compresa quale parte del suo mondo. La “lente educativa” ci permetterà di conoscerne forma e significato e, grazie alla vicinanza emotiva, sarà possibile intraprendere una trasformazione di quel mondo in divenire che l’adolescente ci chiede di curare. È proprio questa vicinanza il trait d’union tra i vari elementi educativi qui elencati: è partecipazione emotiva a quel mondo, è conoscenza e riconoscimento di sé, è umanità ed empatia.

Così facendo, il ragazzo imparerà a riconoscere il proprio bisogno di aiuto e a rispettare l’autorevolezza dell’educatore, divenuto quindi punto di riferimento; scoprirà se stesso come essere distinto dagli altri e su questo costruirà progressivamente la propria identità; dovrà essere sostenuto nelle fasi regressive che potrebbe trovarsi ad affrontare; sarà certamente necessario un lungo e concomitante lavoro di sostegno alla genitorialità e di comunicazione con la famiglia di origine.

La vicinanza emotiva, per me elemento fondante l’intervento pedagogico, è perciò quel “Dizionario” che permette all’adolescente di comprendere e interpretare i propri agiti e trasformarli in pensiero, la materia prima dell’umanità.

L’intervento pedagogico con gli adolescenti in comunità ultima modifica: 2017-03-23T09:00:05+00:00 da Valentina Corsi

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