Francesco: una nuova vita a Torino

Francesco: una nuova vita a Torino

Dopo le ultime due interviste concesse dal signor Francesco, ho pensato molto a come la vita negli anni del dopoguerra fosse diversa rispetto ai giorni nostri. È proprio di questo che parleremo nei prossimi incontri con lui. Oggi chiederò a Francesco di iniziare a raccontarci la sua storia. Questa volta ci siamo incontrati nelle colline del Po, precisamente a Superga. Adesso Torino è sotto di noi.

Il panorama del colle di Superga è più grande e più bello della sua fama.

Edmondo de Amicis

Panorama dalla Basilica

Effettivamente il paesaggio lascia senza parole, in realtà qui insieme a Francesco, le parole che sentirò saranno tante ed è per questo che inizio subito la mia intervista.

Il signor Francesco alla Basilica di Superga

D – Buongiorno Francesco, oggi vorrei chiederle se ci vuole parlare un po’ della sua vita, quando e dove è nato e come era composta la sua famiglia?

R – Da questo luogo meraviglioso, non è per nulla difficile augurarle il buongiorno. Lo sa che Filippo Juvarra (architetto che realizzò la Basilica di Superga, ndr) era Siciliano? Precisamente di Messina. Era Siciliano come me, io sono nato nei primi anni ’50, in un rione di Palermo, chiamato “La Zisa”, abitato principalmente da gente povera, che cercava di risollevarsi dopo le distruzioni causate dalla seconda guerra mondiale. La mia famiglia era composta da papà, mamma e otto figli. Io sono il quartogenito.

D – Fu difficile vivere in una famiglia povera con tanti figli?

R – Fu molto difficile, anche perché mio padre era un alcolizzato che perpetrava maltrattamenti fisici e psichici a tutta la famiglia Essendo lui un bevitore quasi tutti soldi li spendeva in alcol. Venni portato sin da piccolo, all’età di cinque anni a lavorare in cantiere, dovevo rendermi utile. Raccoglievo i chiodi storti per poi raddrizzarli con il martello, ovviamente mi ferivo spesso, andavo spesso a prendere da bere per gli operai e qualche volta dovevo svolgere lavori troppo pesanti per un corpo esile e indebolito dalla fame. L’orario di lavoro era dall’alba al tramonto, e per me le giornate sembravano eterne. Erano tempi difficili e molto duri.

D – Ricorda il viaggio da Palermo a Torino?

R -Lo ricordo vivamente, mio padre partì un anno prima con i miei due fratelli più grandi per lavoro, Noi li raggiungemmo dopo, ricordo i preparativi, ricordo anche una frase della mia dolce mamma: “Francesco, quando arriveremo a Brione, (paesino del torinese) tu potrai giocare con gli altri bambini e non dovrai più lavorare”. Ero felicissimo, da Palermo prendemmo il treno per Messina. Quando il treno salì nella stiva del traghetto mia madre si fece il segno della croce, io allora non capii il perché di quel gesto, ma adesso capisco che in quel gesto cattolico si chiudevano tante speranze e altrettante paure, il viaggio fu lunghissimo.

D – Come era Brione?

R – Era bellissimo, tutto strano e diverso sia per cultura che per tradizione e ci volle un certo periodo per ambientarsi; fu un trauma passare dalla realtà di una grande città come Palermo a quella di un paesino abitato da sole due famiglie meridionali, una delle due ovviamente era la mia. I bambini qui giocavano nella riva del ruscello, cacciavano le rane e con le fionde gli uccellini mentre io a Palermo cercavo sempre di scappare per non andare al lavoro e per raggiungere il mare, dove potevo giocare con altri bambini anche sapendo che al ritorno mi aspettava una severa punizione.

D – Quando vi siete trasferiti a Torino?

R – Ci trasferimmo a Torino dopo un anno, mio padre ci portò ad abitare in centro, in un quartiere chiamato Porta Palazzo. Ero stato nuovamente catapultato in una realtà difficile. Il quartiere era abitato da diverse bande di malviventi, borseggiatori e contrabbandieri che tutti giorni di mercato praticavano, tranquillamente, il loro lavoro illecito. Io frequentai la prima parte delle elementari alla scuola Pacchiotti per poi essere portato, data la mia cattiva condotta, al collegio del Cottolengo.

La chiesa di Sant’Agostino – Torino

 

D – Ha trovato qualcosa di bello a Torino?

R – Sì, ebbi la fortuna, per sbaglio, di entrare a giocare a pallone nell’oratorio della parrocchia della Sant’Agostino. In quel momento iniziò un periodo, per me “storico”, che cambiò positivamente tutta la mia vita, segnando profondamente il mio futuro. Ma avremo ancora modo di parlarne…

 

Nelle tante poesie del Signor Francesco ne troviamo una dedicata all’oratorio della chiesa a lui tanto cara.

Francesco: una nuova vita a Torino ultima modifica: 2017-05-03T08:00:05+00:00 da Cinzia Macaluso

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