Educatori professionali vs Covid 19

Le più famose testate giornalistiche,i programmi televisivi, le tonnellate di link ed articoli che vagano sui social, ci ricordano quanto sia indispensabile in questo momento ringraziare infermieri, O.S.S e medici: professionisti che oggi si trovano in trincea a combattere contro una polpetta verde e colma di ventose nota a tutti come Corona Virus.

Sul web spesso vengono pubblicate immagini di infermieri stremati, che riposano in ogni anfratto della struttura ospedaliera, che si tratti di una barella o di un carrello, vagano immagini di volontari e operatori sanitari completamente ricoperti da strati di plastica utili ad impedire al virus di entrare in contatto coi loro corpi.

Non tutti però sono a conoscenza (o comunque spesso non lo rammentano) dell’esistenza di una specialissima categoria di lavoratori, quella degli “educatori professionali”. Di queste persone si sa ben poco, non ci sono immagini del loro lavoro, dei loro volti stanchi o dei loro occhi pensierosi.

Ebbene, ci presentiamo (parlo al plurale perché mi piace pensare a questa professione come ad una grande famiglia): Wikipedia ci descrive come “ un operatore sociale e sanitario che attua specifici progetti educativi e riabilitativi, nell’ambito di un progetto elaborato da un’ équipe multidisciplinare, volti a uno sviluppo equilibrato della personalità con obiettivi educativo/relazionali in un contesto di partecipazione e recupero alla vita quotidiana; cura il positivo inserimento o reinserimento psicosociale dei soggetti in difficoltà”.

Purtroppo queste fredde parole non sanno descrivere a pieno il nostro lavoro.

Per molta gente, noi educatori siamo i laureati in “scienze delle merendine”, siamo quelli che lavorano con i pazzi. Ancora oggi, c’è ancora chi non ha chiaro che le strutture presso cui lavoriamo non sono “manicomi” ( quelli non esistono più dai tempi della Legge Basaglia e non è necessario essere un educatore o un TRP per aver acquisito quest’informazione), noi siamo coloro che lavorano con i ragazzi “matti”, i così detti “ragazzi speciali”, “problematici”, i “pazienti”, gli “utenti”, con i ragazzi “bizzarri”, con quelli che parlano da soli o picchiano tutti gli altri compagni di classe. Spesso questo lungo elenco di appellativi è anche motivo di stigmatizzazione e pregiudizi.

Ad ogni modo, voi chiamateli come vi pare comunque: per noi, però, sono e rimangono persone.

Ognuno di loro rappresenta quella sfumatura di un colore magnifico che non tutti sanno osservare. Come direbbe Kant, per noi sono individui: hanno “un valore preminente rispetto alla società di cui sono membri”.

Io lavoro presso una comunità riabilitativa psicosociale per minori. In equipe ci piace chiamare la nostra struttura col nome di “la casa del bosco”, questo perché è collocata in mezzo ad un’ampia pineta, nel Monferrato.

Per alcuni di noi questa casa, quest’equipe, questi ragazzi, rappresentano una seconda famiglia. Non abbiamo giurato d’innanzi ad Ippocrate, ma in una prospettiva romanticamente freudiana, abbiamo un super io che ci impone a impegnarci al massimo nel nostro lavoro.

Sono periodi tristi quelli che stiamo vivendo: alcune volte ci sentiamo abbattuti, preoccupati o sopraffatti dai pensieri e dalla paura di non far abbastanza, ci sentiamo anche tanto stanchi, ma uno dei nostri compiti è quello di supportare chi, soprattutto in questo momento, ne ha maggiormente bisogno e di proseguire col nostro “mandato”.

Sia chiaro, noi non siamo “crocerossine”, ne tanto meno ci siamo imposti la responsabilità di salvare il mondo: conosciamo bene I nostri limiti, anche se alcune volte ci piace superarli.

Ed è proprio superando quei limiti che abbiamo sperimentato le più bizzarre attività.

In questo periodo alcuni di noi si sono lanciati in balli sfrenati durante il laboratorio di cucina. Per gli appassionati, la ricetta, se avete carta e penna, è semplicissima (le dosi sono quelle per 16 persone, ma se avete molta fame, diciamo che anche per 4 o 5 potrebbero andar bene):

  • 20 uova
  • una confezione di formaggio grattugiato
  • 6 confezioni di pancetta affumicata
  • pepe q.b
  • sale fino q.b
  • 2,5 kg di spaghetti

    Ovviamente, proprio perché siamo in via confidenziale, vi aggiungo gli ingredienti segreti che abbiamo usato per rendere il nostro piatto degno delle migliori cucine stellate:

  • uno sbattitore elettrico,
  • un grembiulino coi muffin
  • una cassa bluetooth
  • musica a volume sostenuto ma accettabile (consigliamo un genere disco anni 90/00, ma anche l’heavy metal può andare bene).

    È importante che tutto questo venga condito col movimento di bacino ed espressioni facciali che vagamente ricordavano Bill Cosby ne “i Robinson”, altrimenti (come potrebbe dire Paolo Briguglia se sua madre avesse cucinato la carbonara anzichè un panino con la frittata) la nostra diventa una pasta alla carbonara ordinaria, banale.

    A parte questo goliardico intramezzo, molti di noi sono impegnati anche nelle ore notturne: fra una cesta da stirare, il controllo delle stanze e le varie attività di routine, c’è chi cerca nuovi giochi di gruppo, inventa indovinelli per la caccia al tesoro o confeziona I premi per i vincitori di quest’ultima.

Non mancano all’appello I giochi di ruolo, il birdwatching e la (famosissima) osservazione del cinghiale.

Quest’ultima attività comporta la creazione di piccoli gruppi silenziosi che attraversino il cortile della struttura, si appostino dietro agli alberi ed osservino eventuali movimenti o presenza di cinghiali. Al momento (per fortuna) non abbiamo riscontrato molto successo, ma abbiamo approfittato dell’occasione per star all’aria aperta ed imparare a conoscere e rispettare ciò che ci circonda.

All’appello non mancano sicuramente il laboratorio “Mandala Therapy”, quello di bricolage, pittura, cinema, karaoke, tornei alla playstation ed il fantastico percorso “laser” dove ogni fanciullo diventa un piccolo ed agile Ethan Hunt e la comunità l’ambientazione di Mission Impossible.

In questi giorni siamo tornati bambini, siamo diventati compagni di gioco, combattiamo zombie invisibili e beviamo pozioni immaginarie che ci rendono immortali, ci siamo riscoperti sportivi, abbiamo ritrovato l’entusiasmo provato da adolescenti nel competere durante una partita di pallavolo o di “schiaccia 7”, siamo diventati un po’ mamma ed un po’ papà, ed abbiamo capito quanta importanza avesse un abbraccio, specie ora che le procedure ci impongono (giustamente) di mantenere una certa distanza.

Uno dei momenti più toccanti del nostro lavoro, in questo periodo storico, è scrutare la gioia negli occhi dei ragazzi che ricevono doni o lettere dalle famiglie. Lego, butterfly kit (quest’ultimo ha creato un po di scompiglio fra le operatrici che manifestavano un leggero ribrezzo nel vedere dei “vermi” crescere dentro una piastra di Petri), chiavette usb con film e foto d’infanzia, dolci, plastilina, cartoline non sono semplici oggetti. Per loro si tratta di un simbolo: è un messaggio carico di affetto che vuole ricordare ad ognuno di loro che “… non ti ho dimenticato, andrà tutto bene, mi manchi…”.

Purtroppo non tutti I ragazzi possono vantare d’avere una famiglia al di fuori della struttura comunitaria.

Rispetto a quanto ho appena descritto, c’è una situazione antitetica che dovrebbe far riflettere ognuno di noi: come anticipato, non tutti I ragazzi collocati in comunità hanno dei genitori e, diversamente dal gaudio manifestato da chi una mamma ed un papà ce li ha, ci capita di rilegger qualcosa di meno allegro in quegli occhietti, qualcosa di più triste: il senso di sconfitta, l’amarezza, la delusione. Questo è il caso di “P.”, un simpatico ragazzino di poco più di 13 anni, gran tifoso del Torino, un po’ testardo ma tanto dolce.

P. non ha una vera e propria famiglia: la sua è una storia che lascia l’amaro in bocca e spezza le parole in gola. Prima di essere inserito nella nostra comunità, ha avuto un’esperienza in casa famiglia dove ha individuato i suoi “mamma e papà”.

In queste ultime settimane pacchi, pacchetti e regali di altri compagni gli son passati sotto al naso, ogni volta guardava le manifestazioni di felicità degli altri con un’espressione che pare volesse dire “va beh, non importa… la prossima volta arriverà anche a me un pacco, nemmeno la mia mamma ed il mio papà si sono dimenticati di me…”.

1, 2, 3, 10 pacchi regali e, invece, l’angoscia di essere stato dimenticato dai suoi genitori aumentava in P.

Ma qui entrano in azione alcuni operatori (mi verrebbe da dire “Geronimo!”, alla Doctor Who)!!!

Alcuni colleghi hanno riempito un pacco con biscotti per la colazione, bevande per la merenda, gadget vari, reso questo pacco il più verosimile ad uno di quelli spediti per posta prioritaria e fatto recapitare il regalo in comunità. Ovviamente per rendere tutto il più realistico possibile, una delle educatrici ha finto di aver contatti con una nota azienda di spedizioni e di farsi dire passo per passo dove questo regalo fosse, una sorta di tracking in diretta. A P. è stato raccontato che questi regali fossero stati spediti dalla famiglia affidataria, e probabilmente continuerà a crederlo per tutta la sua vita.

Dopo alcuni giorni di lavorazione, il nostro ragazzo ha finalmente “ricevuto il suo pacco”, ma se qui c’è qualcuno che ha ricevuto un regalo, quelli siamo noi: la sua reazione, i suoi salti di gioia, le sue risate sono servite a ricordare ad ognuno di noi operatori di comunità perché amiamo tanto questo lavoro.

Essere educatori ai tempi del Covid-19 in una comunità per minori non è facile, ma ce la stiamo mettendo tutta.

Essere educatori ai tempi del Covid-19 significa finire il turno, salire sulla propria auto dopo 8, 9, 12 ore in servizio, in mezzo alle dozzine di autocertificazioni che vengono modificate di giorno in giorno ed utili a raggiungere il posto di lavoro, ingranare la marcia, abbassare il finestrino, alzare il volume dello stereo e pensare lungo la strada..

…pensare a nuove playlist da ascoltare in cucina…
…pensare ai giochi che possano divertire I ragazzi senza agitarli, ma al contempo soddisfacenti… …pensare a cosa disegnare il giorno dopo…
…pensare ai premi per I giochi a squadre…
…pensare a dove portare I ragazzi finita la pandemia, che posti fargli scoprire…
…immaginare di rivederli nuovamente correre felici e liberi…
…metabolizzare le ansie dei ragazzi
…ricordare a se stessi che è il momento di essere forti e di tener duro… che per le ferie c’è tempo. …ricordarsi che poteva andare peggio…
Vuol dire pensare che…. andrà tutto bene.

Carmen Giordano

Educatori professionali vs Covid 19 ultima modifica: 2020-04-06T17:41:27+00:00 da TuttiFuori.net

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