L’abisso di noi stessi: il mito di Narciso L’abisso di noi stessi: il mito di Narciso ultima modifica: 2017-09-23T12:00:06+00:00 da Maria Rosaria Bernini Correlati

L'abisso di noi stessi: il mito di Narciso

 

Esistono, del mito di Narciso, almeno due versioni: una greca ed una romana.   La più nota, quella romana ci è narrata da Ovidio nelle “Metamorfosi”.

Narciso, figlio di Cèfiso, divinità fluviale e della ninfa Liriope, nacque di eccezionale bellezza.  La madre, quasi presaga della di lui sorte, consultò Tiresia, l’indovino, il quale predisse che Narciso avrebbe raggiunto la vecchiaia solo se non avesse mai conosciuto se stesso.

Quando Narciso raggiunse il sedicesimo anno di età era un giovane di tale bellezza che ogni abitante della città, uomo o donna, giovane o vecchio, si innamorava di lui, ma Narciso li respingeva tutti.

Un giorno, mentre era a caccia di cervi, la ninfa Eco seguì il bel giovane tra i boschi, desiderosa di rivolgergli la parola, ma incapace di parlare per prima perché costretta a ripetere sempre le ultime parole di ciò che le veniva detto (era stata infatti punita da Giunone perché l’aveva distratta con lunghe chiacchiere mentre le altre ninfe, amanti di Giove, si nascondevano).

Allora Eco corse ad abbracciare il bel giovane.  Narciso, però, scacciò la ninfa in malo modo.  Eco con il cuore infranto trascorse il resto della sua vita in valli solitarie, gemendo per il suo amore non corrisposto finchè di lei rimase solo la voce.

Nemesi, la dea ella vendetta, ascoltando questi lamenti, decise di punire il crudele Narciso. 

Il ragazzo, nel bosco, si imbattè in una pozza profonda e si accucciò su di essa per bere.  Non appena vide per la prima volta in vita sua la propria immagine riflessa, si innamorò perdutamente del bel ragazzo che stava fissando, senza rendersi conto di essere lui stesso.   Solo dopo un pò si accorse che l’immagine riflessa apparteneva a lui e, comprendendo che non avrebbe mai potuto ottenere quell’amore, si lasciò morire struggendosi inutilmente.  Si compiva così la profezia di Tiresia.

Quando le Naiadi e le Driadi (ninfe dei boschi) vollero prendere il suo corpo per collocarlo sul rogo funebre, al suo posto trovarono un fiore, a cui fu dato il nome narciso.

Si narra che Narciso, quando attraversò lo Stige, il fiume dei morti, per entrare nell’Oltretomba, si affacciò sulle acque limacciose del fiume, sperando di poter ammirare ancora una volta il suo riflesso.

Il mito influenzò nel tempo moltissimi poeti e pittori: tra tutti, famoso, è il ritratto che ne fece Caravaggio.

Il mito di Narciso si ripropone , oggi, in tutta la sua drammaticità.  E’ la personificazione della fragilità, della giovinezza senza autocoscienza, della mitizzazione della propria immagine fino alla autodistruzione.  Quanti sono i “Narciso” oggi?  Quanti ragazzini, ma anche giovani e persone di mezz’età, generalmente deluse e sole, rincorrono il mito della bellezza, della perfezione fisica ostentata dai media, sbattuta in faccia a quelli che perfetti non sono? (…ma chi lo è…?).   Ci si innamora di una immagine di sé ideale, ci si convince che “solo magro è bello!” ad esempio, e si sconfina nella anoressia, che toglie la percezione reale di sé; ci si propone un modello estetico quasi sempre inadatto alle proprie caratteristiche fisiche e per di più omologante, che non permette di evidenziare le caratteristiche peculiari ed uniche di ciascuno.

Così si sprofonda nella adorazione di sé, ma non come si è veramente, quanto, piuttosto, di come si vorrebbe essere fisicamente.  Ecco in che senso la bellezza uccide, proprio come capitò a Narciso invaghito del suo aspetto.  Anche quando non si approda alla anoressia, certi comportamenti di eccessiva attenzione al proprio fisico, alla persona esteriore, possono finire col minare l’autostima e rovinarci la vita, perché ci inducono a soffrire di ansia da prestazione: essere sempre al top, sempre glamour… mai un attimo di abbandono, di cedimento.

E’ invece così bello e gratificante lasciarsi andare ai piccoli piaceri della vita!  Una pizza o una cena in compagnia, una piacevole serata a far chiacchiere, senza preoccuparsi di essere sempre “in tiro”…  Spesso, nell’assurdo tentativo di mantenere la forma della rpopria giovinezza, ci si ritrova vuoti, non si vive la propria età, si muore dentro.

Nel meraviglioso ritratto di Narciso attribuito al Caravaggio, si coglie tutto il dramma di chi ama se stesso fino all’idolatria, senza mai rivolgersi e darsi agli altri.

Il mito di Narciso credo possa oggi insegnarci ancora questo: a vivere la vita ad ogni età, non perdendo mai di vista la propria interiorità che, ovviamente, deve essere arricchita di continuo dal contatto con gli altri, il “fuori di sé”, per evitare che ci si perda nell’abisso di noi stessi, come toccò al povero ragazzo che non ne seppe uscire.

L’abisso di noi stessi: il mito di Narciso ultima modifica: 2017-09-23T12:00:06+00:00 da Maria Rosaria Bernini

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